Lira turca, ci possiamo fidare di Ankara?

Pubblicato da: Roberto Rossi - il: 13-08-2018 9:09 Aggiornato il: 07-10-2018 17:15

Il recente crollo della lira turca e un’apertura di settimana tutta da vivere (con il brivido) sono la giusta occasione per fare il punto sulla lira turca, con il commento di Peter Botoucharov, EM Credit Analyst di T. Rowe Price.

L’esperto osserva infatti come nonostante la vittoria di Recep Tayyip Erdogan al primo turno nelle elezioni presidenziali dello scorso 24 giugno, la Turchia appare essere un Paese sempre più incerto e complesso, nonché uno degli investimenti ritenuti più vulnerabili nei mercati emergenti, per il permanere di numerose preoccupazioni sulla stabilità della valuta. Ancor prima del flop di venerdì, la lira turca era già stata oggetto di forti vendite, arrivando a perdere oltre il 20% rispetto al suo valore di inizio anno.

Per T. Rowe Price, “l’annuncio della semplificazione delle politiche monetarie da parte della Banca Centrale Turca (CBT) è stato, a nostro avviso, un significativo passo avanti per contrastare l’inflazione dilagante e il calo della lira. La semplificazione è consistita nello spostamento del tasso di riferimento utilizzato dalla CBT per finanziare  le istituzioni finanziarie turche dal Late Liquidity Window (LLW), usato in precedenza, al tasso pronti contro termine (PcT) a una settimana. La CBT ha alzato il tasso PcT dall’8,5% al 16,5%, per poi aumentarlo ulteriormente la settimana successiva fino al 17,75%. L’aspetto cruciale è che il nuovo framework ha reso più chiaro e meno  arbitrario l’approccio usato per attuare le politiche monetarie e per fissare e mantenere i tassi di finanziamento”.

Ad ogni modo, l’analista ricorda come un’ulteriore stretta delle politiche sarà necessaria per almeno due ragioni. La prima è che uno dei fattori chiave che ha determinato la  svalutazione della lira è stato il passaggio in atto a livello globale verso politiche monetarie più restrittive e tassi più elevati, che dovrebbero proseguire nel medio termine. Il secondo, è che i tassi di interesse reali effettivi non sono ancora abbastanza elevati per stabilizzare la lira a lungo termine.

“A nostro avviso, le politiche di bilancio accomodanti del governo insieme agli effetti della lira debole e alle attuali misure di stimolo fiscale potrebbero portare ad un aumento dell’inflazione del 3-4%  nella seconda metà dell’anno. Attualmente, il mercato sembra mettere in conto un ulteriore rialzo dei tassi di circa 75 punti base, in aggiunta all’aumento di 175 punti base seguito alla semplificazione delle politiche monetarie. Se i politici non rispetteranno le aspettative del mercato per un’ulteriore stretta monetaria, è probabile che si verifichi un’altra fuga dalla lira. Tuttavia, ulteriori passi positivi nel periodo postelettorale potrebbero portare a una crescita sostenuta degli asset del paese, dato che la lira è attualmente a buon mercato rispetto ai suoi fondamentali e a molte altre valute dei mercati emergenti” – dichiara Botoucharov.

A complicare un quadro già di per se piuttosto complesso ci sono le evoluzioni di breve e medio termine in seno alla società e alla politica turca. Se infatti è vero che la vittoria di Erdogan dovrebbero generare stabilità politica nel breve periodo, è anche vero che renderanno molto improbabile che ci si scosti dagli obiettivi storicamente perseguiti da Erdogan. Dunque, via libera a un programma di crescita a tutti i costi, in un momento in cui i tassi d’interesse stanno aumentando a livello globale, conducendo probabilmente ad un ulteriore forte deprezzamento della lira, che in ultima analisi si ripercuoterebbe sull’economia nel suo complesso.

L’economia turca dipende dal capitale straniero per crescere, e se i politici non riusciranno a contenere l’inflazione, tale capitale continuerà a defluire dal Paese. Alla fine, nei prossimi 1-2 anni, gli squilibri esterni e l’aumento dell’indebitamento diverrebbero insostenibili per un numero crescente di imprese e si potrebbe innescare un ciclo negativo nella qualità degli asset, che a sua volta metterebbe sotto pressione le banche del paese. Sebbene nel bilancio della CBT ci sia margine per intervenire a sostegno del settore privato, un tale intervento avrebbe gravi ripercussioni sulla qualità del credito della Turchia” – concorda Botoucharov.

In altri termini, quanto visto negli ultimi giorni potrebbe non esser stato affatto un comportamento speculativo, ma un biglietto da visita (e di allerta) che la Turchia farebbe bene a tenere sotto stretto monitoraggio.

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