Le azioni Webuild stanno vivendo una fase delicata in Borsa, con gli investitori concentrati soprattutto su un tema: la capacità del gruppo di trasformare rapidamente in liquidità i crediti maturati sulle grandi opere. Le recenti indiscrezioni relative a extracosti, riserve e fabbisogni finanziari dei cantieri italiani hanno aumentato la pressione sul titolo, nonostante la società abbia respinto alcune delle ricostruzioni circolate.
Il punto centrale non sembra essere la quantità di lavori in portafoglio, che rimane molto elevata, ma quando i ricavi e i crediti già maturati riusciranno effettivamente a trasformarsi in cassa.
Webuild chiarisce il caso dei 22 miliardi
Le tensioni sono esplose dopo le indiscrezioni secondo cui Webuild avrebbe chiesto al Governo circa 22 miliardi di euro di extracosti per alcune grandi infrastrutture italiane.
La società ha però smentito nettamente questa interpretazione. Come precisato dalla stessa Webuild in una nota ufficiale, i 22 miliardi rappresentano riserve e varianti registrate secondo le procedure previste dai contratti pubblici e non una richiesta diretta di nuovi fondi al Governo. Circa 13 miliardi riguardano lavori già eseguiti, mentre la parte restante è riferita a lavorazioni ancora da completare.
Webuild ha inoltre chiarito che il fabbisogno di breve periodo di circa 2,1 miliardi di euro, citato nelle ricostruzioni di stampa, sarebbe collegato alla prosecuzione dei cantieri per conto della committenza pubblica e non a una necessità autonoma di liquidità dell’intero gruppo.
Il vero problema è trasformare i crediti in liquidità
È qui che si concentra l’attenzione del mercato. Al 30 giugno Webuild disponeva di 2,364 miliardi di euro di liquidità e presentava una posizione finanziaria netta positiva per 110 milioni. Il gruppo ha inoltre confermato per il 2026 l’obiettivo di chiudere l’anno con una cassa netta superiore a 300 milioni.
I numeri operativi rimangono solidi: nel primo semestre i ricavi hanno raggiunto 6,65 miliardi, l’EBITDA è salito del 13,6% a 673 milioni e il portafoglio ordini complessivo ha raggiunto 53,7 miliardi.
Il nodo è però rappresentato dai tempi dei pagamenti legati alle grandi commesse pubbliche. Webuild ha segnalato la recente ripresa dei pagamenti di alcune fatture scadute da parte di RFI dopo lo stanziamento delle risorse necessarie. L’incasso non aumenta i ricavi già contabilizzati, ma permette di trasformare crediti esistenti in disponibilità finanziaria.
Le grandi opere restano forza e rischio per il titolo
Il portafoglio ordini offre a Webuild una notevole visibilità sui prossimi anni, ma l’elevata esposizione a infrastrutture complesse rende decisivi tempi, revisioni dei prezzi e gestione delle controversie.
Per le azioni Webuild, quindi, i prossimi mesi potrebbero dipendere meno dall’acquisizione di nuove commesse e molto di più dalla capacità di dimostrare che i lavori già realizzati generano cassa nei tempi previsti.
I risultati operativi rimangono robusti, ma il mercato vuole maggiore visibilità proprio sulla liquidità. Sarà soprattutto l’evoluzione degli incassi e dei rapporti con le stazioni appaltanti a stabilire se le preoccupazioni emerse nelle ultime settimane potranno progressivamente ridursi.
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