Trader e inefficienze dei mercati

Pubblicato da: Roberto Rossi - il: 05-11-2013 14:25


Non è contestabile che il commercio in Borsa abbia prodotto cocenti delusioni. Negoziare valute, azioni e derivati sono attività in cui le prospettive di profitto sono molto al di sopra di ogni altro strumento a reddito fisso, anche se, è innegabile, i capitali autonomamente trattati in finanza sono comunque esposti a livelli di rischio superiori.

I maggiori rendimenti che offrono la volatilità dei titoli e dei cambi sono condizionati dall’accettazione della elevata variabilità dei prezzi, da affrontare con atteggiamento analitico che esclude ab origine ogni approccio superficiale e approssimativo, talvolta abitudine del piccolo trader di provincia.

Guadagnare mediante le piattaforme di trading richiede una visione globale di tutto quello che potenzialmente può influenzare la direzione di un mercato, ma è indubbio che i metodi informatici basati sul peso dei numeri abbiano stravolto le statistiche a favore dei trader autonomi, in passato largamente perdenti.

In proposito, gli studi sulla efficienza dei mercati finanziari mostrano come allo stato attuale la finanza moderna sia nitidamente inefficiente, dove per inefficienza si intende il livello di contaminazione che le informazioni privilegiate producono sul processo di formazione dei prezzi.

Nel caso del forex, il vantaggio tecnico originato dalle inefficienze, implicite ai titoli connessi al rapporto di cambio, consentono all’investitore consapevole di rendere profittevole la sua attività di trading. Questa forma di redditività deriva da un mestiere che sfrutta una prevedibilità non contenuta nella fredda serie storica dei prezzi, ma nelle informazioni dissimulate dai valori di interest.

Le operazioni dei gruppi bancari determinano pertanto il prezzo di mercato e monitorarne le movimentazioni sostiene l’indagine grafica delle quotazioni e di molti traders che raggiungono brillanti track record da poter allegare ad eventuali curricula. Sul forex, in Italia, il capitale medio investito si aggira intorno i 27.000 Euro, una somma che è stata sufficiente a non pochi operatori retails per passare dall’altra parte della barricata e diventare traders istituzionali.

Dai racconti di alcuni di loro la cessione delle esperienze ad una società di investimento non è necessariamente un fatto che riduca le difficoltà oggettive e professionali, poiché spesso un trader che inizialmente con 20.000-50.000 euro guadagnava, quando è responsabile di 1 o 2 milioni di euro non riesce ad avere risultati come in precedenza dal proprio terminale di casa.

In questo caso non si tratta di ansia o paura, emozioni che un professionista ancorché privato è perfettamente in grado di controllare, ma dell’ inefficienza, di cui prima approfittava e che ora invece gli si ritorce contro.

Prendere posizione con cifre a sei o più zeri è molto più difficile che negoziare 20.000 euro, perché si fa mercato, e si rischia di vendere o comprare a prezzi che di conseguenza si spostano al ribasso o al rialzo rispetto al segnale tecnico, specialmente nei momenti in cui i volumi di scambio sono ridotti.

Un mercato sottile peggiora dunque il livello di efficienza e complica l’operatività di un hedge funds ma non di un trader privato, che più facilmente legge il momentum, magari da un gap generato dall’asset tradato. Le considerazioni esposte spiegano l’importanza dell’analisi quantitativa e del riconoscimento che il trading sui numeri sta riscontrando in Europa in ambito privato e istituzionale.
Appuntamento a giovedì su trader blog

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