La teoria del cigno nero tra economia e realtà

Pubblicato da: Roberto Rossi - il: 23-07-2013 7:54 Aggiornato il: 05-01-2018 15:13


L’espressione cigno nero è tratta dalle parole del poeta e retore latino Decimo Giunio Giovenale, vissuto ad Aquino, tra il 55 e il 60, deceduto a Roma presumibilmente dopo il 127, quando accennava ad una “rara avis in terris nigroque simillima cygno”.


Sulla definizione di cigno nero, Nassim Nicholas Taleb circa 2000 anni dopo, prova ad arginare i fattori negativi che in economia sono legati alla casualità, rivalutandone il significato.

Attraverso la premessa che tutti i cigni sono bianchi, lo scrittore dimostra che l’asserzione resta valida, costituendo un presupposto della fauna anteriore al XVI secolo, fino alla scoperta del cignus aratrus latham australiano, peraltro già menzionato da Giovenale. In sintesi, Taleb ha chiarito che nè la logica nè il ragionamento indotto possono generare soluzioni certe.

Taleb, in particolare, dichiara che le banche come le società di investimento sono sempre esposte e vulnerabili agli eventi cigni neri, ma nello stesso tempo sottolinea che l’imprevedibilità é essa stessa parte essenziale ed integrante delle dinamiche dei mercati, che rimangono naturalmente condizionati dalla variabilità delle situazioni.

D’altra parte, ogni modello che tenta di circoscrivere o prevedere la direzione del titolo non é in grado di quantificare profitti e perdite dell’operazione finanziaria, e soltanto l’investiore può riuscire a percepire un evento di tipo cigno nero. Tuttavia, la percezione di un avvenimento cigno nero per un operatore istituzionale cambia rispetto a quella di un trader privato.

La storia e le analisi su di essa fondate riproducono valutazioni opache, relazioni di causa ed effetto, che raccontano ma non permettono di determinare quali eventi le hanno originate.

Ad ogni modo, secondo Taleb, sul piano della finanza globale, l’accentramento degli istituti bancari e la centralizzazione della politica monetaria reprime l’imprevidibilità implicita ai valori di mercato, rischiando di alimentare le crisi finanziarie.

Così infatti é stato negli anni ’30 con la Grande Depessione, nel 2008 con i subprime e la crisi dei Debiti Sovrani accelerata da una spesa pubblica insostenibile.

La manipolazione valutaria, anche quella mirata ad una gestione razionale dei cambi, di fatto genera distorsioni sui macrosistemi di nazioni e continenti.

In sostanza, il controllo non é necessariamente un vantaggio e l’inclinazione delle autorità pubbliche a sopprimere la volatilità finisce per rendere la realtà e la finanza meno attendibili e più pericolose.

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