Comprare dollari a settembre 2017: conviene o no?

Pubblicato da: Roberto Rossi - il: 06-09-2017 9:48

La domanda del momento sul dollaro statunitense è: conviene realmente comprare USD, o è meglio tenersi alla lontana dalla valuta USA, preferendo magari la propria principale controparte, l’euro? Ora che il dollaro è ai margini di un trend di discesa non sottovalutabile, ci si può dedicare con passione a una possibile inversione di tendenza?

Che cosa è avvenuto al dollaro

Prima di cercare di prevedere che cosa potrebbe accadere al dollaro statunitense nei prossimi mesi, val la pena cercare di riassumere quel che è accaduto fino ad oggi e, comunque, nel corso degli ultimi 4-6 mesi. Dopo aver esercitato un rapporto di forza “esagerato”, il dollaro ha imboccato una strada di graduale discesa che ha spinto molti investitori a ritenere che dalla presunta parità di cambio con l’euro, si potesse prendere la via inversa.

E così, stretto da dati macroeconomici positivi ma non sempre omogenei, e da tensioni politiche sempre più evidenti, il dollaro statunitense ha finito con il diventare sempre più debole, e la debolezza del dollaro statunitense ha finito con l’essere la protagonista dell’estate in corso di conclusione sui mercati finanziari. Ma il dollaro ha “reali” ragioni per essere così debole?

Pesa il rischio politico

L’impressione è che, almeno per il momento, il dollaro USA stia pagando soprattutto il rischio politico e geopolitico, con l’amministrazione Trump sempre più incapace di tenere fede alle promesse anticipate in campagna elettorale. I dati fondamentali – che a volte hanno deluso – sono infatti mediamente positivi, e anche se probabilmente non supporteranno la prossima decisione di un rialzo tassi Fed, non sono certamente così negativi da poter sbilanciare opinioni pessimistiche sul futuro dell’economia a stelle e strisce.

L’andamento del dollaro

Quanto sopra ci spinge a guardare con maggiore serenità all’evoluzione del cambio del dollaro contro euro, che la scorsa settimana è riuscito a rompere la soglia di 1,20 per la prima volta dal mese di gennaio 2015 a questa parte. Una discesa piuttosto accelerata, nella sua seconda parte, che – ripetiamo – è stata per lo più il frutto dell’incapacità dell’amministrazione Trump di adempiere alle promesse elettorali, con particolare riferimento all’aumento della spesa per le infrastrutture e una nuova legge fiscale pro-impresa (già “dimenticato” il fallimento della riforma sanitaria).

Il deciso calo del dollaro USA nei confronti dell’euro ha così condotto molti investitori a tagliare le scommesse long, portando le puntate ribassiste sul dollaro ai massimi del 2013 questo mese. La stessa Bank of America (che negli scorsi giorni ha celebrato Warren Buffett come suo primo azionista) ha in merito recentemente definito il posizionamento short sul dollaro come la seconda scommessa più gettonata sul mercato finanziario in queste settimane.

È comunque poco probabile che il dollaro prosegue su questa strada ancora a lungo. Guardando i fondamentali statunitensi ci si rende conto che la crescita economica è solida e forte e la possibilità di un cambio della politica fiscale, non impossibile da realizzarsi (ma con Trump avere certezze è quasi utopia) potrà fare una grande differenza e forse infondere rinnovata fiducia nei mercati.

Insomma, acquistare dollari non è un’idea insensata, soprattutto contro un euro che non avrebbe interesse a esercitare una ulteriore forza. La riunione della BCE prevista per giovedì non dovrebbe, in questo ambito, cambiare le carte in tavola: se invece Draghi dovesse mostrarsi particolarmente sicuro delle capacità dell’eurozona, tanto da anticipare l’arrivo effettivo del tapering, l’euro potrebbe beneficiarne in misura significativa. Si tratta comunque di uno scenario molto marginale: difficile che Draghi cambi la comunicazione prima della lettura dell’esito delle elezioni tedesche…

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